Capitolo 4: fuoco!La mattina mi svegliai di buon ora…mi sentivo emozionata come una bambina che deve andare ad una gita scolastica…mi girai da un lato, sul letto, e vidi la rosa del giorno prima, che avevo posizionato sul comodino…sorrisi tra me e me….mi alzai e aprii le finestre: era una giornata stupenda…mi vestii e scesi in sala da pranzo; subito vidi mio padre seduto a tavola con una tazza di caffè in mano e con l’altra che si teneva la testa mentre era intento a leggere il giornale…lo adoravo nel vero senso della parola. Mia madre era venuta a mancare quando ero piccola, e mio padre con i suoi sforzi è riuscito a non farmi mancare nulla, tra cui, la cosa più importante di tutte, il suo affetto…adoravo quando mi guardava sorridendo teneramente come si fa ad una bambina, o quando era pronto ad ascoltare i miei problemi, nonostante tornasse la sera tardi dal lavoro…mi ha fatto praticamente anche da madre, e di questo gliele sarà eternamente grata…vedendomi scendere dalla mia camera alzò gli occhi dal giornale e mi diede il buongiorno; io ricambiai, e poi gli dissi:
“non ti credevo già in piedi! La colazione di solito te la preparo io…”
“oggi devo essere in ufficio prima del solito…spero almeno che mi facciano tornare a casa prima...”
a quel punto gli feci:
“senti, io faccio colazione fuori, volevo andare a fare due passi prima che le vie si riempino di gente…”
“d’accordo, allora ci vediamo stasera.”
Aprii la porta di casa e lo salutai:
“ciao! Ti voglio bene!”
lui mi sorrise per ricambiare, e io uscii…L’aria era frizzante e fresca. Camminai per un po’, come se non avessi una meta precisa, ma in realtà volevo andare da Thomas…ma soprattutto volevo vedere Eric Vandom; io non sapevo veramente dove trovarlo: speravo che fosse passato lì intorno, quel giorno. Arrivata a destinazione trovai Thomas mentre apriva il suo negozio…
“ciao!” gli dissi
“ciao!” mi rispose “ti va una cioccolata calda?”
“volentieri!”
Entrammo e andammo sul retro, dove c’era un piccolo piano di cottura e Thomas mise su il pentolino con la cioccolata…ad un certo punto mi disse:
“sai che ieri, quando sei andata via, poco dopo è tornato Vandom?”
Ero allibita:
“v-veramente?”
“sì…e sai che voleva?”
“cosa?”
“voleva vedere se eri ancora in negozio…”
Ok…praticamente il cuore mi stava per scoppiare…
“maddai?”disse cercando di simulare la mai emozione;
“sì, e non trovandoti mi ha chiesto se eravamo amici, se ti conoscevo bene e se sapevo dove abiti…”
“e…e tu?”
“che eravamo amici, che ti conoscevo bene e che sapevo dove abiti…”
ci fu un attimo di silenzio…
“e tu? Gliel’hai detto? Dove abito, intendo…”dissi
“certo che no! Ma ti pare?”
io pensai: “ma sei cretino?!”
Thomas continuò:
“gli ho detto che caso mai volesse vederti sarebbe dovuto passare stamattina qui in negozio. Ho fatto bene no? E per ben due motivi: 1) se si fosse presentato a casa tua sarebbe stato davvero sfacciato; 2) ero certo che ti saresti catapultata qui il più presto possibile.”
Io gli saltai al collo esclamando:
“graziegraziegrazie!”
e lui fece:
“ehi ehi! Mi vuoi rompere la schiena? Non sono più tanto giovane!”
Lui aveva più o meno dieci anni più di me, quindi avrà avuto 30-31 anni all’incirca…lo so…la differenza è molta…però a me non importava affatto. Insomma…uno può essere amico di chi vuole, no? A prescindere dall’età.
“se tu sei vecchio allora io sono la donna più ricca del mondo.” Dissi, e Thomas controbatté:
“e chi ha parlato di vecchiaia? Io ho detto «non tanto giovane»…”
Stavo per ribattere, ma sentimmo il rumore della porta che si apriva, e poi una voce, un voce che desideravo sentire già da quella mattina, che diceva:
“c’è nessuno?”
Thomas si precipitò fuori con un balzo dicendo:
“signor Vandom! Buongiorno!”
E poi aggiunse ironicamente:
“qual buon vento vi porta?”
Eric ancora non aveva risposto e io mi feci avanti uscendo dal retro…quando mi ide Eric sorrise e mi disse la frase più semplice del mondo ma detta col tono più sensuale del mondo:
“Buongiorno Julia…”
“b-buongiorno milord.” Dissi, ma lui controbatté:
“oh, chiamatemi Eric, vi va?”
“d’accordo.” risposi.
Credo che a quel punto Thomas si sentisse un terzo incomodo, perché infatti chiese:
“desidera qualcosa quest’oggi, signor Vandom?”
Eric sembrò assumere un’aria pensierosa e poi rispose:
“uhm…sì…ero venuto per…per…strano! Non me lo ricordo!”
Ah! Allora era vero che era venuto apposta per me! Perché era ovvio che aveva mentito, no?
poi Eric si rivolse a me proponendo:
“avete già fatto colazione? No? Allora potremmo farla insieme, che ne pensate?”
E mi offrì il braccio; io lo accettai dicendo:
“sì, certamente.”
mentre stavamo per uscire dal negozio guardai Thomas e lui mi fece l’occhiolino sorridendo.
Ci dirigemmo in una cioccolateria che si trovava lì vicino, e mi venne in mente che alla fine non avevo bevuto quella che mi stava preparando Thomas:
“pazienza” pensai “magari dopo andiamo a pranzo insieme…sempre se non mi invita prima Eric…”
Lo guardai: i capelli erano corti e di un nero lucente; gli occhi invece erano verdi, e parevano proprio delle pietre preziose; la mascella pronunciata, le labbra rosee…tutto in lui mi sembrava perfetto. Ci sedemmo ad un tavolo e prendemmo i menù,
“allora…” feci io;
“io credo che prenderò la cioccolata alla menta.”disse Eric;
“oh…io sinceramente odio la menta…preferisco…uhm…forse al giaduja…o magari una semplice cioccolata fondente…forse però è buona anche quella alle nocciole o alla vaniglia.”
Lui mi guardava con le braccia appoggiate sul tavolo, dicendo:
“si direbbe che siate piuttosto indecisa, bambina.”
Arrossii: “è che adoro la cioccolata in generale!”
“sì, è molto buona.”
ordinammo (alla fine la presi al peperoncino) e quasi subito ci ritrovammo davanti due belle tazze grandi di cioccolata bollente. Stavo per berne un sorso, ma accadde qualcosa di insolito: la porta venne aperta, anzi venne spalancata di Isabel, la pasticciera, che si precipitò da me urlando:
“oh mio Dio, Julia! È successa un cosa orribile!”
era davvero provata…perché era così turbata?
“che cosa Isabel?” chiesi;
“la vostra casa! Sta bruciando! E vostro padre…è la dentro!”
non so come descrivere gli attimi che seguirono quel piccolo colloquio: angoscia, paura, timore, terrore. Eric ed io arrivammo velocemente a casa mia, appena in tempo per vederla ardere dalle fiamme: fuoco…quell’elemento tanto utile si era rivelato un distruttore…scendemmo dalla carrozza con cui eravamo arrivati, ed Eric mi chiese:
“voi abitate qui?”
domanda fatta in un mometo poco opportuno, era ovvio! Non gli diedi ascolto e mi diressi verso i numerosi vicini che stavano cercando di spengere il fuoco con i secchi d’acqua che venivano riempiti dal pozzo che si trovava fortunatamente non molto distante. Andai di corsa da uno e gli disse quasi urlando:
“mio padre! Dov’è?”
Lui mi guardò con un’espressione degli occhi quasi compassionevole e mi rispose:
“uno di noi è andato là dentro, lo tirerà fuori, vedrai.”
Non finì neanche di parlare che una finestra si frantumò in mille pezzi, poiché un uomo la ruppe per saltare fuori e mettersi in salvo. Dietro di lui delle enormi fiamme rischiarono di ustionarlo, ma lui ne uscì illeso e poi,aveva qualcosa sulle spalle! Sembrava un fagotto, ma in realtà era mio padre! Si allontanò dalla casa e depose il corpo a terra; mi precipitai da lui e lo ringraziai infinitamente, e lui se ne andò dicendo che aveva fatto solo ciò che bisognava fare e che sarebbe subito corso a chiamare un medico. Io, rimasta sola con mio padre, mi chinai su di lui: aveva ripreso conoscenza. Tutto il suo corpo, però, era pieno di ustioni…lo stesso volto pareva irriconoscibile…gli dissi:
“papà! Papà! Sta arrivando un dottore! Non agitarti!”
lui girò la testa a fatica e mi disse:
“ti devo parlare.”
“Potremo farlo in seguito, perché guarirai, credimi!”
“No. Ora.” Fece una pausa e disse:
“sei grande ormai, mi cara, e ora è il momento più opportuno per rivelarti una cosa dell’estrema importanza…”
chiuse gli occhi, ma li riaprì subito e continuò:
“perdonami figliola, ma io…non sono tuo padre.”
Che cosa? Che voleva dire? Che ero stata adottata? No! Non poteva essere vero!
Forse lui lesse la preoccupazione nei miei occhi, perché riprese:
“sì, tesoro…tua madre ed io ti abbiamo adottata…lei purtroppo ci abbandonò prestissimo, ma ora il puntò è un altro…è stato il nostro vecchio maggiordomo, il signor Glade, a trovarti. Una sera, a casa nostra venne un uomo che gli consegnò una bambina: te. Glade però non ci ha mai detto chi fosse quell’uomo, sebbene ci fece capire di conoscerlo…diceva che era meglio per tutti non sapere la sua identità.”
fece un’altra pausa…
“ti chiedo una cosa, Julia, e desidero che tu me la prometta.”
“qualsiasi cosa!”
“và da Glade. So di certo che abita a Panama. Fatti dire che è tuo padre, perché…”
si interruppe e mi guardò, ma parlai io al posto suo:
“non dire così, tu non te ne andrai! Guarirai!”
Provò a sorridermi, anche se a causa delle ustioni gli era molto difficile:
“cerca tuo padre, vivi con lui…e da lassù pregherò sempre che ti dia almeno un po’ del bene che te voglio io…”
“non te ne andare ti prego! Resisti!”
“no…non fare così…te la caverai…e perdonami se non ti ho detto nulla prima d’ora…”
“non hai niente da rimproverarti.”
mi guardò dolcemente e mi disse:
“ricorda che ti voglio bene, figlia mia…”
E spirò tra le mie braccia, proprio mentre gli dicevo:
“te ne voglio tanto anch’io.”
Il dottore arrivò poco dopo, ma poté solo constatarne la morte. L’incendio venne domato, ma della casa ormai ne era rimasto ben poco.
Thomas arrivò ansante proprio in quel momento e quando mi raggiunse io non riuscii a fare altro se non abbracciarlo, iniziando a piangere e a parlare ad intervalli:
“non c’è più! Se n’è andato!” continuavo a ripetere, e lui, per quanto poteva, provò a consolarmi:
“Sssssssh…sfogati…sono qua, sono qua…”
Io lo strinsi forti e continuai a piangere…il dottore portò via mio padre su una barella e coperto da un lenzuolo…adesso ero sola…dopo alcuni minuti ce stavo lì alzai la testa dal petto di Thomas e mi guardai intorno: la mia casa non c’era più, e nemmeno Eric c’era più…
“è andato via.”sussurrai.
Thomas mi sentì e mi disse:
“non preoccuparti, sicuramente adesso è in un posto migliore.”
credo che lui avesse capito che mi stesse riferendo a mio padre quando ho detto «è andato via», ma in realtà stava parlando di Eric. Thomas interruppe i miei pensieri, perché mi disse:
“senti…adesso vieni a casa mia e mentre tu ti fai una bella doccia io ti preparo una camera, ok?”
“Non…non vorrei essere di troppo disturbo…”
“che cosa?! Disturbo?! Piantala e andiamo, dai.”
Mi prese a braccetto e ci incamminammo…è da questo che si riconoscono i veri amici, e Thomas era un amico…in quanto ad Eric non ne ero più tanto sicura.